Dizionario della Maria Donati
Maria Giuliana Giunchi, nata a
Rimini, il 16 aprile del 1928, coniugata con il dottor Aulo Donati, è nota a tutti come “
Hanno
redatto il presente dizionario Daniela, Daniele, Michele, Grazia e la stessa
Maria che, per non essere da meno, ha letteralmente inventato nuovi lemmi per
l’occasione.
NB: tranne quelli dei figli e
famigliari, gran parte dei nomi sono stati modificati per renderli non
riconoscibili. Inizialmente si era pensato alla soluzione del cambio di lingua
(il papepipopu, Es: Maria = Mapàripìapa), ma non è passata ai voti del
consiglio.
Definizioni e Lemmi
·
Antipatico come la merda nel letto: il non
plus ultra dell’antipatia. Peggiorativo di: "La
spuda s'un sass viv".
·
Appellativi politici: Comunista sfegatato. Peloso
di un fascista. Il primo è assai noto e diffuso, il secondo trae origine
dall’esperienza diretta della Maria adolescente che fra i suoi primi amori
conobbe un giovane avanguardista alquanto dotato di barba e capelli. Con
l’innata disinvoltura linguistica che la contraddistingue, detto appellativo,
negli anni è stato molto utilizzato per definire le persone irsute, piuttosto
che per mettere all’indice i nostalgici del Duce. Guardando le foto del
compleanno del nipotino: “Giovanni, te la fai o no sta morosina? Guarda questa
com’è carina! Anche quella non è male. Questa no eh? Non vedi che è una pelosa
fascista?”
·
Belfagor levati la maschera: qualifica di una persona
estremamente brutta. “Dopo la messa,
·
Bilino: organo genitale maschile.
·
Braghiera: persona, generalmente di sesso
femminile, che vuol tenere tutto sotto controllo, tipo: azdora. “Alla messa
c’era quella braghiera della Pina Cavalli che ha fatto tutte le letture, le
preghiere e i canti, ma don Romeo l’ha messa in riga!”
·
Cancellone: cancello grande di casa. Entrata secondaria, ma primaria
nella realtà.
·
Cassone con le erbe (dal latino “Casso cum erbis”):
ragazza graziosa ma insignificante. Derivato - incassonirsi: perdere
un'iniziale avvenenza per assumere fattezze più grossolane.
·
Cioncio: simpaticamente sporcaccione.
Importato dagli anni romani della sorella Lalla. “Tonino! Cioncio! Cosa
racconti le barzellette sporche ai bambini?”
·
Culo di neve: (tradiz. riminese) indica una
grande nevicata. La mattina del 6 gennaio 1967: “Bambini venite alla finestra!
C’è un culo di neve!”
·
Dumduri: persona flemmatica che si attiva lentamente (come il marito della Befanina)
·
Fa paura alla Veronica: dicesi di persona di una bruttezza
raccapricciante.
·
Fradicio:
rafforzativo generico, molto utilizzato.
·
Galaverna: freddissimo. “Oggi è una galaverna
che è meglio chiudersi in casa”.
·
Gipso: persona che sulla base di criteri
molteplici e non ben precisabili viene considerata non adeguata o trasandata.
·
Grassa sbragata: persona in evidente sovrappeso. Contrario di secca ribita. “Graziettin, mettiti un po’ a dieta, sei
grassa sbragata, guarda Palin come è bello elegante!”.
·
Grinzo: indica un soggetto definito dalla
sua magrezza in modo negativo, in quanto privo di rotondità fisica, ma anche
umana; praticamente un grinzo. “Ilaria, non stare a sentire quel grinzo smadoscato”, oppure “Samuele, ancora non ti sei fatto la
morosa? Volevo consigliarti la mia vicina di casa, ma si è messa con un
grinzo!”.
·
-izzo: suffisso generico volto a sottrarre
dignità a nomi o aggettivi. Es. Uomo, omizzo; morosa, morosizza; maglia, maglizza
e cosí via, fino a Gipso, Gipsizzo o, esagerando, Grinzo, Grinzizzo.
·
Ignorante: qualità attribuita ad una serie di
oggetti di difficile utilizzo. “Quella bottiglia è molto ignorante ad aprirsi,
i biscotti Osvego poi, sono ignorantissimi; non parliamo dei CD, fortuna che
c’è Ascanio che con quelle dita sottili apre di tutto!”.
·
Invornito: (altra espressione trad. riminese)
tonto, rimbambito, praticamente invornito.
·
-a stuffo: rafforzativo: Tipico: Invornito a
stuffo.
·
La cucina ardente: equivale a “prendere fischi per
fiaschi”. Importata dalla Maria dopo la visione di una commedia nella quale
l’espressione “la cugina assente” era stata male interpretata come, appunto,
“la cucina ardente”. Lei ci ride ancora, gli altri no, pazienza.
·
Labaziro: dicesi di persona impegnata in
molteplici attività dal carattere evanescente, dando la netta impressione di
non combinare alcunché. In genere ispira scarso senso dell’onestà.
·
Magazzeno: supermercato, dal Margherita alle
Befane.
·
Medaglione antico: cassone con le erbe dai tratti
classicheggianti, versione raffinata.
·
Menta piperita: di colei che ha una lingua che
taglia e cuce.
·
Non plus ultra: il massimo. Dal latino… usatissimo.
·
Occ' ad sipa: attribuita dalla sorella Lalla ad
una persona con occhi da pesce lesso, color verdastro. Sipa = seppia.
·
Pachessa: persona, generalmente di sesso
femminile, che pontifica. “Fuori dalla messa c’era quella pachessa della Gina
Borelli che diceva la sua su tutto. È passato lì don Romeo, che le ha fatto
fare una figuraccia!”
·
Pandora: versione femminile di Dumduri.
·
Patachetti: che non arriva neanche ad essere pataca! “Grazia non vorrai mica uscire con quel patachetti
di Emanuele!”.
·
Piansicla del Signore: donna che ha una visione pessimistica
della vita e anche nei rari momenti spensierati vede sempre scurirsi
l'orizzonte.
·
Pitera: persona, generalmente di sesso
femminile, che s’intromette con fare petulante in questioni non di sua
pertinenza.
·
Plita smessa: plita smessa.
·
Pudmo: individuo dai comportamenti
perennemente indecisi ed esageratamente maniacali, che creano intralcio alla
vita propria e altrui. Sostantivo: pudmizia
·
Putanfrona: dicesi di persona furba e
simpaticamente malandrina, ma anche di liberi costumi.
·
Quando: usato al posto di quanto. Es.
Lorenzo, che bella maglia! Quando costa?
·
Quanto: usato al posto di quando. Es:
Grazia, quanto torni a casa da Padova?
·
-e basta: suffisso certificativo di una
frase. Esempio, “Michele non è vero che inverto sempre quando con quanto, sei ignorante
e basta!”
·
Scaramazzo: chiasso. Tradotto dal vernacolo:
scaramàzz. “Bambini, cos’è questo scaramazzo?”.
·
Scema dura: scema in
modo irrecuperabile, ma indica anche testarda e sorda ad ogni sforzo
intellettivo.
·
Sciotté: parlare da solo, sottovoce, da
arrabbiati.
·
Secca ribita: persona dalla magrezza evidente. Contrario di grassa sbragata. “Palin, mangia un po’ di più, sei
secco ribito, guarda
·
Smadoscato: aggettivo, sinonimo di esagerato, ma ancora di più.
“Bernacca dice che farà un freddo smadoscato.”. “Ho spazzato tutte le foglie
della strada e mi è venuta una fame smadoscata”.
·
Sgunflato: bagnato. Tradotto dal vernacolo:
sgunfled. Quando si cade vestiti nell’acqua la parola bagnato non rende l’idea,
mentre sgunflato mostra tutto l’appesantimento patito ed il gocciolìo
conseguente.
·
Sparnazzato: disordinato. “Palìn, sei venuto in
bici per caso? Sei tutto sparnazzato! Se non fossi sacro, mi verrebbe da dire
che sembri quello che ha dato
uno schiaffo al Signore”.
·
Spolicrato: schizzinoso. Tradotto dal
vernacolo: spulicred . “Il mio Palìn è sacro, ma ogni tanto fa lo spolicrato”.
·
Suora smessa: ragazza che si acconcia, si
abbiglia e si atteggia ispirandosi a modalità monacali.
·
Surtù: soprabito. Francesismo? Mah.
“Graziettin non uscire senza niente che è freschino, mettiti un surtù”.
·
Travantoni: molto. “Butta giù la pasta che
l'acqua bolle travantoni”. Dialogo in redazione (famiglia). Daniele: “Mamma, se
devo metterlo nel dizionario, mi spieghi cosa significa travantoni?” Maria:
“Facile, travantoni significa travantoni, no?”.
·
Trumbunaza: (trombonaccia) agg. Qualificativo,
dispregiativo. Dicasi di persona di sesso femminile fortemente obesa e
doppiamente antipatica. Tratta da un episodio del babbo della Maria, riferito
ad una cliente di taglia extra large estremamente pignola, che con la pretesa
ingiustificata di contestare le misure del frumento conferito, gli fece perdere
la pazienza al punto tale di fargli gridare: “Nu fat più veda, trumbunaza de
caz!”.
·
Zaplo: (con
la zeta dura) accenno al pianto. Meglio, l’attimo che precede l’inizio del
pianto, riconosciuto per il repentino sporgersi del labbro inferiore. Quando
nei bambini appare il zaplo, questo viene accolto da parte dei grandi con
entusiasmo pari alla visione dell’arcobaleno. (Maria, entusiasta) “Guarda che
zaplooo!”, (poi quando inizia il dulo) “Poverino, piange!”.
·
Zipito: (con
la zeta dura) ristretto, compresso, stipato. “Eravamo tutti zipiti in
quell’ascensore”, oppure “La torta che ho fatto per la signora Piparoncini, mi
è venuta tutta zipita, vorrà dire che la darò alla signora Cavalieri (tanto
quella mangerebbe anche uno stronzo caramellato)”. Il termine è di uso antico,
sicuramente da molto prima dell’invenzione dei computer, ne consegue che è
stata istituita una commissione ad hoc che indaghi sul rapporto esistente fra
zipito e zippato (file compresso).
Espressioni
tipiche
·
“500 col resto”: dicesi di femmina il cui
abbigliamento induce a ritenerla dedita al mestiere più antico del mondo, ma
oramai nelle condizioni di accontentarsi della misera paga di 500 lire, con
l’aggravante di non meritarle appieno, sì da rassegnarsi a dover riconoscere
una quota di resto all’avventore.
·
“A sud, Rosa”: letteralmente “mi fai sudare,
Rosa”, indica una condizione di disagio e di affaticamento dovuta ad una
situazione particolarmente gravosa. Esempio: “Avendo cambiato lavoro, d’ora in
poi mi devo sobbarcare ogni giorno
·
“Aloque
contributo pelique”:
frase convenzionale di avvio alla conversazione, soprattutto telefonica, fra
·
“È la vita, diceva Boccaccio”: espressione di rassegnazione
attribuita a un noto soggetto riminese di cui si ignorano le caratteristiche,
pur intuibili.
·
“È meglio stare zitti!”: espressione generica di stupore.
Pronunciata di sovente, anche quando sarebbe meglio, appunto, stare zitti.
·
“È ora di smetterla di chiamarlo
Pussi, si chiama Gabriele!”: frase pronunciata con tono di rimprovero all'indirizzo di un amico che
al telefono aveva chiesto: “c’è Pussi?”; si narra che
·
“È una sinagoga che non la si
fornisce più”:
(citazione di origine sconosciuta): indica una situazione di estrema confusione
che si prolunga nel tempo rispetto alla quale non si intravvede una soluzione.
·
“Eccellenza, faccia come me, preghi!”: riivolto al vescovo Locatelli che
le confidava la difficoltà nel prendere sonno. La risposta piccata del presule
lasciò basita
·
“Falsa come
·
“Finisce come quel caro bambinello”: dicesi di narrazione priva di
conclusione efficace e convincente, sinonimo di “come quel valzer”. Originaria
dal più famoso sermone natalizio diffuso in famiglia dalla zia Benedetta: “Quel
bambin che voi vedete, coricato sulla paglia, senza pane e senza maglia, senza
un poco di calor… se potessi io vederlo gli darei il mio mantello, ma quel caro
bambinello… Così sia”. La zia introduceva l’Amen italiano, allo stesso modo
dello smemorato bambino che, a suo tempo, decise di concludere così il proprio
sermone, ingannato dalla propria memoria, ma proprio per questo incuneandosi ad
imperituro ricordo fra i posteri.
·
“Gli manca un venerdì”: non è a piombo.
·
“Il non
plus ultra dell'eleganza”: attributo di capi o accessori d'abbigliamento acquistati a
prezzi modici. L’espressione viene utilizzata per tacitare i dubbi espressi dal
soggetto costretto a indossarli (Esempio: “Grazia, stai zitta, è il non plus ultra dell’eleganza!”)
·
“La rosa e l'argomento”: tormentone, frase o situazione che
ricorre e si ripresenta di continuo (pare originata dall’omelia di un prete
disgraziatamente alticcio).
·
“Lo sbarco in Lombardia”. No comment.
·
“Maria, ti voglio bene!”: la più famosa frase del marito Aulo. Equivale a dire, basta così, smettila. La
usano tutti,
·
“Morissi qui!”: sostituisce “lo giuro”.
·
“Me am cièm ciesa”: (traduzione: io mi chiamo chiesa)
io non c’entro niente, mi chiamo fuori, sono muto come un pesce.
·
“Non c'e nemmeno quello che ha perso
la berretta”: situazione
di desolazione e assenza di qualsiasi tipo di presenza umana.
·
“Occhi alla Pilson”: occhi ad arco discendete ai lati,
come a formare due parentesi.
·
“Pulire in francese”: provvedere alle faccende domestiche
in modo approssimativo.
·
“Quando
decide, è uno scritto”: è una persona irremovibile e non torna sulle sue
decisioni.
·
"Quando é pulito é come un
dito!":
versione casareccia di "omnia munda mundis". Si basa su ricordi
d'infanzia, di quando l'attuale cucina della casa di via Tripoli, in realtà era
un bagno tutto piastrellato a mosaico con brillanti tessere turchese. In
posizione centrale si apriva pericolosamente la voragine della
"vasca", probabilmente concepita in epoca tardo medioevale come
trabocchetto e poi adattata ad alloggio per pesci rossi. In casa Donati ci si
faceva il bagno il sabato sera.
·
“Quei due sono come Fede e
Berlusconi”: al
posto di “culo e camicia”.
·
“Quel socché”: al posto di “quel non so ché” o di
“quella cosa”.
·
“Quella roba corta!”: quando un bambino è bello e
cicciottello arriva l’urlo di gioia e l’immancabile frase: “quella roba
corta!”.
·
“Quelle puttane”: frase ingiuriosa con cui
·
“Quirino si mette in movimento”: frase riferita a situazioni
erotizzanti che possono provocare la sovreccitazione di soggetti maschili
particolarmente suggestionabili. Trae origine dalle confidenze di
un’affezionata collaboratrice familiare della Maria, ignara di condividere le
esternazioni sulle pulsioni del marito con tutta la famiglia Donati.
·
“diciamo il Rosario?”: il rosario serale della Maria è
occasione unica per fare il punto degli impegni della giornata. “Ave Maria,
gratia plena, hai nascosto la macchina?, dominus tecum, benedicta tu in
mulieribus, hai ritirato la posta?, et benedictus fructus ventris tui Jesus.
Hai chiuso il cancellone?” e via dicendo fino
all’Amen.
·
“Sembra
Vignaroz”: riferito
a ristoranti nei quali le portate si susseguono a ritmo incalzante, adottato
anche nei ritrovi di famiglia e, in genere, nelle situazioni in cui si é
costretti a svolgere un’attività in modo immotivatamente affrettato. Ha origine
dal viaggio di nozze della Maria, quando arrivata col suo Aulo, in grave ritardo, al ristorante di
Vignaroz, fu servita con celerità incalzante allo stesso modo delle comiche
della tv.
·
“Sembri caccia agli errori”: frase rivolta ad un familiare nel
cui abbigliamento si riscontrino incongruenze asimmetriche.
·
“Sembri pillincino e ciriacheto”: rivolto ad un famigliare che
indossa abiti di taglia vistosamente inferiore alla propria.
·
“Sembri quello che ha dato uno
schiaffo al Signore”:
frase riferita a un individuo con espressione sconvolta e abbruttita,
preferibilmente spettinato o col berretto sulle 23.
·
“Sono empio”: sono pieno. Non pensate che sia
ignoranza, lei ci gioca con l’italiano, si diverte ad aggredirlo, è una
malattia contagiosa…
·
“Smetti di fare quella zingola
zangola!”: invito
perentorio rivolto a coloro che dondolano avanti e indietro con la sedia
rischiando di cadere. Variante: “Ti sei fatto male? Mi dispiace, ma l’avevo
detto che saresti caduto a forza di fare quella zingola zangola!”.
·
“Ti ammazzo prima”: minaccia rivolta ad un figlio
macchiatosi di una mancanza, anche lieve. “Se ti vedo ancora litigare con tuo
fratello ti ammazzo prima” (probabilmente ‘prima’ di arrivare all’età adulta).
·
“Ti mando al collegio Belluzzi di
S.Marino”: minaccia
rivolta ad un figlio macchiatosi di una mancanza grave, se non gravissima. “Se
ti vedo ancora accendere un fuoco nello studio con le scatole del detersivo, ti
mando al collegio Belluzzi di San Marino”. Rispetto alla minaccia
precedente assume toni più realistici quindi decisamente più
inquietanti. Ogni figlio della Maria non ha mai voluto approfondire
l’argomento, anche se, in età adulta, è emerso il dubbio che l’esistenza di
questo temuto luogo di pena possa essere stato un parto della fantasia della
madre. In realtà all’atto della pubblicazione di queste note, sono giunte al
redattore diverse segnalazioni comprovanti che tale istituzione educativa era
in realtà una delle più prestigiose dell’antica Repubblica ed era ospitata a
Palazzo Begni (immagine a fianco), oggi sede della Segreteria di Stato.
·
"Un per chèsa, la geva
Personaggi
e Fornitori
·
Il maestro Tarana: come
·
Il mio moroso: tale Lionello, uno dei commessi di
un negozio di macelleria. Pare che questo gentile signore sia incline a mostrare
una pazienza da certosino alle innumerevoli e più disparate richieste della
suddetta. Tipicamente: “Michele, vai dal mio moroso e prendimi un chilo di
fettine. Mi raccomando fatti servire proprio da lui che gli altri sono dei labaziri”
·
la Befanina: soprannome assegnato
alla proprietaria della bottega di alimentari sotto casa a seguito della sua
scarsa avvenenza. Nomignolo noto a tutti tranne che all'interessata fino al
giorno in cui Gabriele (Pussi), all’imperioso invito: “Vai dalla Befanina a
prendere due etti di salame”, in un attimo di incertezza pensò bene di
assicurarsi dell’identità della suddetta, chiedendole espressamente: “È lei la
signora Befanina?”.
·
La Maria di Manzi: collaboratrice familiare dei vicini
di casa ribattezzata anche per distinguerla da sé stessa.
·
La ragazza dal sorriso sinistro: amica dei figli. Questo appellativo
è esemplare per capire tutto il dizionario della Maria: per dirla alla Mike
Bongiorno, è la prima impressione quella che conta. Questa ragazza, capitata in
casa un giorno nel quale, forse, aveva poca voglia di ridere si è trovata
intrappolata per sempre in questo scafandro di piombo. Non c’è appello!
·
la signora Gatto: soprannome assegnato a
una venditrice di formaggi del mercato coperto dotata di due grandi occhi verdi
incastonati in un faccione roseo, paffuto e un tantino baffuto. Nomignolo noto
a tutti tranne che all'interessata fino al giorno in cui Gabriele (Pussi),
all’imperioso invito: “Vai dalla signora Gatto a prendere lo squaquerone”, in
un attimo di incertezza pensò bene di assicurarsi dell’identità della suddetta,
chiedendole espressamente: “È lei la signora Gatto?”.
·
il Maiale: contrazione
dell'espressione "il negozio in cui si vende la carne di maiale". Per
motivi assolutamente legati alla Divina Provvidenza, nessun figlio della Maria
si è mai posto il
problema di assicurarsi l’identità con scomode domande.
·
La signora Piparoncini. Una vicina di casa, insegnando alla
Maria una ricetta per conservare i peperoncini, si concesse l’utilizzo
improprio, quanto improvvido, di una distorsione dialettale. È stata fatta.
·
La signorina del cagnolino. Definizione utilizzata per una
vicina di casa, che non brillava per la sua avvenenza, abituata a passeggiare
in perenne compagnia del piccolo cagnolino. Fra i figli della Maria era solito
attribuirsi vicendevolmente una tresca amorosa con la suddetta; nelle
confidenze tutte maschili, al buio delle camere da letto, uno dei quiz
preferiti era: “preferisci la signorina del cagnolino o il cagnolino della
signorina?”. Ai posteri l’ardua sentenza.
·
La zoccola: (a onor del vero definizione
importata, ma volentieri adottata) riservata ad una signora che si sospettava
più attaccata ai soldi che al cuore del proprio amante.
·
Perché vostro marito è andato in
Egitto?: ebbene sì,
tutta una frase per descrivere il piccolo vicino di casa, che rivolgendosi
educatamente col “voi”, le girava dolcemente il coltello nella piaga
sottolineandole la sua condizione di donna poco amante dei viaggi, sposata con
un uomo che, invece, li adorava. Per vendetta il vicino è stato ribattezzato.
Frasi
adottate
·
"Il Signore con una mano abbatte
e con l'altra sospinge": frase attribuita a un'amica di famiglia che indica uno
sguardo positivo sul reale, tipico delle persone di fede. La versione corretta
dovrebbe essere “con l’altra solleva” in quanto la spinta, in teoria, potrebbe
abbattere per una seconda volta, ma qui si deve riportare secondo rigorosa
trascrizione.
·
"La spuda
s'un sass viv":
attribuita alla mamma Titti. Persona dai modi esageratamente affettati che
ostenta raffinatezza (dotata normalmente di bocca a culo di gallina).
·
“Al polsi aglià la tòsa e i bdocc’ e frisò”:
(le pulci hanno la tosse e i pidocchi il raffreddore). Attribuita alla mamma
Titti. Alla domanda: “Maria a chi si rivolge?”, ecco la risposta: “persona
schizzinosa e antipatichizza che si dà le arie”.
·
“Allora aspetto!”: Indica un inequivocabile atteggiamento
di autolesionismo. Ha origine da una leggenda metropolitana inventata da Davide
il giorno (unico pare) in cui
·
“Avanti, avanti non vorremo litigare
qui sul palco!”:
usata per lo stesso scopo di cui sopra, ma quando il discorso prende una piega
pericolosa. È l’unica frase pronunciata nella sua carriera di attrice dalla
sorella Lalla, dopo 6 mesi di lunghe prove alla filodrammatica parrocchiale.
·
“Basta, basta vedremo, caso mai
terremo d'occhio”:
usata normalmente per invitare qualcuno a non insistere. Tratta da una delle tante
interpretazioni dello zio (Eu)genio.
·
“È spenta”: anche la parentela del marito ha
visto una memorabile partecipazione teatrale da parte del cognato Agostino, il
quale interpretò nella Bohème il medico che visitava Mimì malata di tisi per
constatarne il prematuro decesso. Purtroppo una chiusura altrettanto prematura,
quanto malandrina, del sipario, permise all’uditorio di cogliere solo la parte
iniziale della già esigua battuta, senza però intaccare affatto l’orgoglio dei
parenti, accorsi in massa ad ammirare l’evento
operistico.
·
“Benedetta se non ti cavi dai coglioni ti tiro
un scataraccio che ti muro un occhio”: invito poco elegante rivolto alla zia Benedetta che cercava
di instillare un poco di educazione cristiana nel
vicino di casa. La frase è stata tradotto dal vernacolo con questa dicitura:
“Eugenia (vero nome della zia della Maria, ndt), se non ti allontani dagli
organi preposti alla riproduzione, mi procuro di farti pervenire un miscuglio
di muco e saliva, tale da erigere una costruzione muraria in grado di
impedirti inopinatamente la vista”.
·
“Binda sta piú bnein”: equivale a dire, non me ne frega
niente. Un vicino di casa della sua infanzia si recava nella casa avita a
raccontare notizie di sport che solo lui riteneva vitali, al contrario della Maria,
di sua sorella e di sua madre che invece erano assai poco interessate alle
sorti del corridore Binda reduce, evidentemente, da un infortunio. La frase
viene usata tuttora anche dai figli della Maria, ma tradotta in italiano: “Lo
sai che il corridore Alfredo Binda, dopo il grave infortunio patito, ha
migliorato notevolmente la sua condizione atletica?”.
·
“Burdeli, sa stasì senza fé gnìnt,
fasì pò du pugnetti”:
tradotto dal vernacolo: “Ragazze se momentaneamente non avete un compito da
svolgere, prendete in mano il vostro uncinetto e realizzate in quattro e
quattr’otto due presine da utilizzare per sollevare le pentole dal fuoco”.
L’invito, nato come istigazione a non poltrire da parte delle suorine verso le
proprie allieve orfanelle, fra cui la zia Benedetta, per estensione è stato poi
utilizzato dalla Maria per rimuovere tutte le situazioni di stallo rilevate
nell’attività della propria prole.
·
“Ci buttassimo dal camion?”: usata come frase di esortazione a
prendere l’iniziativa, come per dare l’abbrivio ad un lavoro faticoso.
Citazione da un operaio, dipendente del babbo della Maria: “i tedeschi stavano
portandoci via, ma è suonato l’allarme, l’autista si è fermato e noi ci
buttassimo dal camion”.
·
“Dottore, se andiamo in guerra
vincono gli Stati Uniti o
·
“E su bà l’è mort d’un azident séc”: riferito ad uno che mangia con
voracità. Ha origine dalla storiella che narra di due amici, riuniti a tavola,
dopo molti anni, a mangiare in un unico piatto centrale. Mentre il primo descriveva
con dovizia di particolari la lunga malattia ed agonia del padre, l’altro
mangiava senza profferir verbo; alla domanda: “E tuo padre com’è morto?”,
astenendosi un unico istante dal mangiare, rispose: “E mi ba? L’è mort d’un
azident sec!”, rituffandosi immediatamente sul piatto.
·
“Gossa che n’gossa”: espressione tipica del vicino di
casa, occasionalmente arruolato in qualità di giardiniere, durante i suoi
dialoghi con
·
“Il buso più piccolo é quello che
drovo per imbusare”:
indica un capo d’abbigliamento ridotto molto, ma molto male. Commento di un
compagno d’infanzia della Maria su un paio di calze impossibili da riparare.
·
“L'ha du occ come Bega in te mezz d' e gren":
riferito a soggetti con gli occhi sbarrati a mo’ di gufo o civetta. È un’espressione
tradizionale romagnola imparata dal cognato Lino; pare che tal signor Biga
avesse l’abitudine di bivaccare nei campi di grano allo scopo di sottrarre il
prezioso frutto della spiga al raccolto del legittimo proprietario, ma per
evitare di essere scoperto si procurava di starsene molto attento a ciò che gli
accadeva attorno sgranando gli occhi all’inverosimile.
·
“L’ha voja ad franceschi”: nel riminese si usa per
descrivere uno che “ci sta provando”, ma da quando è avvenuto un certo
episodio, per
·
“Maestro, è più forte il leone o la
tigre?”: utilizzata
per rimarcare l’avvenuto utilizzo nel discorso di domande inutili. L’origine,
per gentile concessione della famiglia Tarani, è tratta
da una dei tanti quesiti che Pietro rivolgeva al suo amico paterno Aldo Tarani, maestro per mestiere e per vocazione.
·
“Ma voi Donati, quanti siete?”: utilizzata quando è evidente che in
un luogo si è radunata troppa gente. Espressione coniata da Enzo Spina il
quale, cercando di effettuare un inventario dei figli della Maria, concludeva
in questo modo il suo vano tentativo.
·
“Me zét, lo
zét”: (io zitto, lui zitto) quando nel discorso non si tocca un argomento
tabù. Trae origine da una barzelletta raccontata da Pussi, un po’ spinta e
quindi non pubblicabile
·
“Non sarà tutta mia la colpa!”: utilizzata quando a richiesta di
intervenire, nessuno si prende le sue responsabilità. Trae origine da un
episodio realmente accaduto durante un matrimonio svolto alla chiesa dell’Alba
a Riccione. Premesso che la sposa si presentava visibilmente in stato
interessante, il compianto parroco don Alberto, si accorse che ogni volta che
chiamava un’esortazione la chiesa rimaneva muta. “Il Signore sia con voi…”,
nessuno rispondeva, “E con il tuo spirito”, concludeva sconsolato il
celebrante”. Finché giunti al confiteor, arrivò ancora tutto solo al “mia
colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”… uno sguardo birichino gli cadde sulla
protuberanza della sposa, interruppe un attimo la prece, alzò gli occhi verso i
fedeli e pronunciò la famosa frase: “Non sarà tutta mia la colpa!”.
·
“Pataca!”: appellativo rivolto da Aulo, all’indirizzo di uno dei figli a scelta,
con il chiaro intento di mostrargli tutta la propria disapprovazione per il
gesto appena compiuto.
·
“Per Pussi, non mangiare questi
panini”: usata da
tempo immemore per indicare l’ambiguità dell’italica favella. Trattasi di una
frase vergata da Michele, con pennarello indelebile su un foglio A4 e unita con
spillatrice ad un sacchetto pieno di deliziosi panini, riposto nel frigorifero
di casa, con l’evidente intenzione di proteggere il proprio pranzo della gita
del giorno dopo. A
·
“Quel signore che voleva le carote,
le ho portate”:
parla in italiano per piacere. Entrata nel discorrere abituale dopo che
·
"Ronchi,
ta n'è una chesa?": utlizzato quando un
ospite si attarda senza far intendere la minima intenzione di riaccasarsi. Ha
origine da un frizzo entrato nella storia dove una mamma romagnola (Giancarlo
Pirroni), stufa di avere sempre fra i piedi l'amico (Walterino Ronchi) del
figlio, per fargli capire che doveva togliersi dai piedi, contava di cavarsela
ricordandogli la sua appartenenza ad altro nucleo familiare.
·
“Scema stupida, stupida scema”: (profferito in modo andante e
ritmico) è l’inizio del discorso con il quale la sorella Lalla si rivolge alla Maria
ogniqualvolta accada che non si trovi d’accordo con le scelte quotidiane
operate dalla stessa. Va detto che tale ritornello non intacca minimamente
l’indole scanzonata della Maria che lo considera al pari di un saluto
amichevole.
·
“Sparecchiamo”: utilizzato ogni volta che un gesto
di basso profilo produce, con effetto domino, un esito clamoroso, al pari di
una parola gettata nel mezzo del discorso che fa risorgere fantasmi del
passato. Ha origine da un movimento maldestro di Michele, che giunto a fine pasto
pensò bene di alzare il piatto di portata verso l’alto allo scopo di portarlo
in cucina, accompagnato dallo “sparecchiamo” rivolto agli altri commensali. La
troppa energia immessa nel movimento procurò l’urto del lampadario e
conseguente rottura di alcuni componenti dello stesso, conditi da un “Pataca!” liberatorio finale.
·
“Suora, saranno molte?”: hai visto che bel regalo? I fatti
sono andati pressappoco così. Il signor Franco, come ogni anno si apprestava a
fare un’offerta alla scuola di religiose del figlio; per far pesare al medesimo
il proprio impegno nel garantirgli una buona educazione gli mostrò le banconote
pronte ad essere versate come obolo. Il piccolo scolaro, assai svelto di mente,
ma anche di lingua, appena assistito alla transazione si premurò di
sottolineare alla propria insegnante l’entità della cifra.
·
“Vaffanculo Momo”: usata verso chi cerca di
intromettersi nella propria sfera privata. La frase pronunciata ad alta voce in
una chiesa piena di gente, risale al tempo in cui i fedeli erano avvezzi ad
improvvisare dal proprio posto la preghiera durante la santa messa. Quando Enzo
Spina, non riuscendo a terminare la propria supplica, venne spronato e
incalzato dal suo vicino, futuro avvocato, Massimo Pasquinelli, sbottò con un
proditorio: “Vaffanculo Momo”. Il tono ingiurioso venne riconosciuto solo dai
fedeli più prossimi, tant’è che l’assemblea, non fece mancare la sua risposta
puntuale: “Ascoltaci, o Signore”.