Dizionario della Maria Donati

 

Maria Giuliana Giunchi, nata a Rimini, il 16 aprile del 1928, coniugata con il dottor Aulo Donati, è nota a tutti come “la Maria Donati”. Grazie al suo temperamento allegro ed alla sua capacità di comunicare, si è divertita in tutta la sua vita ad utilizzare simpaticamente una serie inesauribile di termini e di espressioni, coniati fin dall’infanzia con la sorella Lalla, che i figli hanno creduto doveroso rendere pubblici.

Hanno redatto il presente dizionario Daniela, Daniele, Michele, Grazia e la stessa Maria che, per non essere da meno, ha letteralmente inventato nuovi lemmi per l’occasione.

 

NB: tranne quelli dei figli e famigliari, gran parte dei nomi sono stati modificati per renderli non riconoscibili. Inizialmente si era pensato alla soluzione del cambio di lingua (il papepipopu, Es: Maria = Mapàripìapa), ma non è passata ai voti del consiglio.

 

 

Definizioni e Lemmi

·        Antipatico come la merda nel letto: il non plus ultra dell’antipatia. Peggiorativo di: "La spuda s'un sass viv".

·        Appellativi politici: Comunista sfegatato. Peloso di un fascista. Il primo è assai noto e diffuso, il secondo trae origine dall’esperienza diretta della Maria adolescente che fra i suoi primi amori conobbe un giovane avanguardista alquanto dotato di barba e capelli. Con l’innata disinvoltura linguistica che la contraddistingue, detto appellativo, negli anni è stato molto utilizzato per definire le persone irsute, piuttosto che per mettere all’indice i nostalgici del Duce. Guardando le foto del compleanno del nipotino: “Giovanni, te la fai o no sta morosina? Guarda questa com’è carina! Anche quella non è male. Questa no eh? Non vedi che è una pelosa fascista?”

·        Belfagor levati la maschera: qualifica di una persona estremamente brutta. “Dopo la messa, la Pina mi ha presentato sua nuora; Belfagor levati la maschera!”. S’intende come assiomatico che tutte le nuore di tutti i figli del mondo siano brutte ad eccezione delle proprie.

·        Bilino: organo genitale maschile.

·        Braghiera: persona, generalmente di sesso femminile, che vuol tenere tutto sotto controllo, tipo: azdora. “Alla messa c’era quella braghiera della Pina Cavalli che ha fatto tutte le letture, le preghiere e i canti, ma don Romeo l’ha messa in riga!”

·        Cancellone: cancello grande di casa. Entrata secondaria, ma primaria nella realtà.

·        Cassone con le erbe (dal latino “Casso cum erbis”): ragazza graziosa ma insignificante. Derivato - incassonirsi: perdere un'iniziale avvenenza per assumere fattezze più grossolane.

·        Cioncio: simpaticamente sporcaccione. Importato dagli anni romani della sorella Lalla. “Tonino! Cioncio! Cosa racconti le barzellette sporche ai bambini?”

·        Culo di neve: (tradiz. riminese) indica una grande nevicata. La mattina del 6 gennaio 1967: “Bambini venite alla finestra! C’è un culo di neve!”

·        Dumduri: persona flemmatica che si attiva lentamente (come il marito della Befanina)

·        Fa paura alla Veronica: dicesi di persona di una bruttezza raccapricciante.

·        Fradicio: rafforzativo generico, molto utilizzato.

·        Galaverna: freddissimo. “Oggi è una galaverna che è meglio chiudersi in casa”.

·        Gipso: persona che sulla base di criteri molteplici e non ben precisabili viene considerata non adeguata o trasandata.

·        Grassa sbragata: persona in evidente sovrappeso. Contrario di secca ribita. “Graziettin, mettiti un po’ a dieta, sei grassa sbragata, guarda Palin come è bello elegante!”.

·        Grinzo: indica un soggetto definito dalla sua magrezza in modo negativo, in quanto privo di rotondità fisica, ma anche umana; praticamente un grinzo. “Ilaria, non stare a sentire quel grinzo smadoscato”, oppure “Samuele, ancora non ti sei fatto la morosa? Volevo consigliarti la mia vicina di casa, ma si è messa con un grinzo!”.

·        -izzo: suffisso generico volto a sottrarre dignità a nomi o aggettivi. Es. Uomo, omizzo; morosa, morosizza; maglia, maglizza e cosí via, fino a Gipso, Gipsizzo o, esagerando, Grinzo, Grinzizzo.

·        Ignorante: qualità attribuita ad una serie di oggetti di difficile utilizzo. “Quella bottiglia è molto ignorante ad aprirsi, i biscotti Osvego poi, sono ignorantissimi; non parliamo dei CD, fortuna che c’è Ascanio che con quelle dita sottili apre di tutto!”.

·        Invornito: (altra espressione trad. riminese) tonto, rimbambito, praticamente invornito.

·        -a stuffo: rafforzativo: Tipico: Invornito a stuffo.

·        La cucina ardente: equivale a “prendere fischi per fiaschi”. Importata dalla Maria dopo la visione di una commedia nella quale l’espressione “la cugina assente” era stata male interpretata come, appunto, “la cucina ardente”. Lei ci ride ancora, gli altri no, pazienza.

·        Labaziro: dicesi di persona impegnata in molteplici attività dal carattere evanescente, dando la netta impressione di non combinare alcunché. In genere ispira scarso senso dell’onestà.

·        Magazzeno: supermercato, dal Margherita alle Befane.

·        Medaglione antico: cassone con le erbe dai tratti classicheggianti, versione raffinata.

·        Menta piperita: di colei che ha una lingua che taglia e cuce.

·        Non plus ultra: il massimo. Dal latino… usatissimo.

·        Occ' ad sipa: attribuita dalla sorella Lalla ad una persona con occhi da pesce lesso, color verdastro. Sipa = seppia.

·        Pachessa: persona, generalmente di sesso femminile, che pontifica. “Fuori dalla messa c’era quella pachessa della Gina Borelli che diceva la sua su tutto. È passato lì don Romeo, che le ha fatto fare una figuraccia!”

·        Pandora: versione femminile di Dumduri.

·        Patachetti: che non arriva neanche ad essere pataca! “Grazia non vorrai mica uscire con quel patachetti di Emanuele!”.

·        Piansicla del Signore: donna che ha una visione pessimistica della vita e anche nei rari momenti spensierati vede sempre scurirsi l'orizzonte.

·        Pitera: persona, generalmente di sesso femminile, che s’intromette con fare petulante in questioni non di sua pertinenza.

·        Plita smessa: plita smessa.

·        Pudmo: individuo dai comportamenti perennemente indecisi ed esageratamente maniacali, che creano intralcio alla vita propria e altrui. Sostantivo: pudmizia

·        Putanfrona: dicesi di persona furba e simpaticamente malandrina, ma anche di liberi costumi.

·        Quando: usato al posto di quanto. Es. Lorenzo, che bella maglia! Quando costa?

·        Quanto: usato al posto di quando. Es: Grazia, quanto torni a casa da Padova?

·        -e basta: suffisso certificativo di una frase. Esempio, “Michele non è vero che inverto sempre quando con quanto, sei ignorante e basta!”

·        Scaramazzo: chiasso. Tradotto dal vernacolo: scaramàzz. “Bambini, cos’è questo scaramazzo?”. La Maria, prima dei 50 anni non ha mai usato parolacce. Dopo, condizionata dai figli, si è adeguata. “Bambini, cos’è tutto ‘sto casino?”. Anche se i figli diventano essi stessi nonni restano bambini.

·        Scema dura: scema in modo irrecuperabile, ma indica anche testarda e sorda ad ogni sforzo intellettivo.

·        Sciotté: parlare da solo, sottovoce, da arrabbiati.

·        Secca ribita: persona dalla magrezza evidente. Contrario di grassa sbragata. “Palin, mangia un po’ di più, sei secco ribito, guarda la Grazia come sta bene!”.

·        Smadoscato: aggettivo, sinonimo di esagerato, ma ancora di più. “Bernacca dice che farà un freddo smadoscato.”. “Ho spazzato tutte le foglie della strada e mi è venuta una fame smadoscata”.

·        Sgunflato: bagnato. Tradotto dal vernacolo: sgunfled. Quando si cade vestiti nell’acqua la parola bagnato non rende l’idea, mentre sgunflato mostra tutto l’appesantimento patito ed il gocciolìo conseguente.

·        Sparnazzato: disordinato. “Palìn, sei venuto in bici per caso? Sei tutto sparnazzato! Se non fossi sacro, mi verrebbe da dire che sembri quello che ha dato uno schiaffo al Signore”.

·        Spolicrato: schizzinoso. Tradotto dal vernacolo: spulicred . “Il mio Palìn è sacro, ma ogni tanto fa lo spolicrato”.

·        Suora smessa: ragazza che si acconcia, si abbiglia e si atteggia ispirandosi a modalità monacali.

·        Surtù: soprabito. Francesismo? Mah. “Graziettin non uscire senza niente che è freschino, mettiti un surtù”.

·        Travantoni: molto. “Butta giù la pasta che l'acqua bolle travantoni”. Dialogo in redazione (famiglia). Daniele: “Mamma, se devo metterlo nel dizionario, mi spieghi cosa significa travantoni?” Maria: “Facile, travantoni significa travantoni, no?”.

·        Trumbunaza: (trombonaccia) agg. Qualificativo, dispregiativo. Dicasi di persona di sesso femminile fortemente obesa e doppiamente antipatica. Tratta da un episodio del babbo della Maria, riferito ad una cliente di taglia extra large estremamente pignola, che con la pretesa ingiustificata di contestare le misure del frumento conferito, gli fece perdere la pazienza al punto tale di fargli gridare: “Nu fat più veda, trumbunaza de caz!”.

·        Zaplo: (con la zeta dura) accenno al pianto. Meglio, l’attimo che precede l’inizio del pianto, riconosciuto per il repentino sporgersi del labbro inferiore. Quando nei bambini appare il zaplo, questo viene accolto da parte dei grandi con entusiasmo pari alla visione dell’arcobaleno. (Maria, entusiasta) “Guarda che zaplooo!”, (poi quando inizia il dulo) “Poverino, piange!”.

·        Zipito: (con la zeta dura) ristretto, compresso, stipato. “Eravamo tutti zipiti in quell’ascensore”, oppure “La torta che ho fatto per la signora Piparoncini, mi è venuta tutta zipita, vorrà dire che la darò alla signora Cavalieri (tanto quella mangerebbe anche uno stronzo caramellato)”. Il termine è di uso antico, sicuramente da molto prima dell’invenzione dei computer, ne consegue che è stata istituita una commissione ad hoc che indaghi sul rapporto esistente fra zipito e zippato (file compresso).

 

Espressioni tipiche

·        “500 col resto”: dicesi di femmina il cui abbigliamento induce a ritenerla dedita al mestiere più antico del mondo, ma oramai nelle condizioni di accontentarsi della misera paga di 500 lire, con l’aggravante di non meritarle appieno, sì da rassegnarsi a dover riconoscere una quota di resto all’avventore.

·        “A sud, Rosa”: letteralmente “mi fai sudare, Rosa”, indica una condizione di disagio e di affaticamento dovuta ad una situazione particolarmente gravosa. Esempio: “Avendo cambiato lavoro, d’ora in poi mi devo sobbarcare ogni giorno 100 km di trasferte. A sud, Rosa!”. Resta incerta l’origine dell’espressione, mentre pare da escludere l’interpretazione di alcuni che la vogliono derivare da un’indicazione geografica riservata ad una passante di nome Rosa.

·        Aloque contributo pelique”: frase convenzionale di avvio alla conversazione, soprattutto telefonica, fra la Maria e la sorella Lalla.

·        “È la vita, diceva Boccaccio”: espressione di rassegnazione attribuita a un noto soggetto riminese di cui si ignorano le caratteristiche, pur intuibili.

·        “È meglio stare zitti!”: espressione generica di stupore. Pronunciata di sovente, anche quando sarebbe meglio, appunto, stare zitti.

·        “È ora di smetterla di chiamarlo Pussi, si chiama Gabriele!”: frase pronunciata con tono di rimprovero all'indirizzo di un amico che al telefono aveva chiesto: “c’è Pussi?”; si narra che la Maria dopo la rampogna di cui sopra, scostata la cornetta dalla bocca, urlò in direzione delle scale: “Pussi, vieni giù che ti vogliono al telefono!” (dalla testimonianza dell’interlocutore).

·        “È una sinagoga che non la si fornisce più”: (citazione di origine sconosciuta): indica una situazione di estrema confusione che si prolunga nel tempo rispetto alla quale non si intravvede una soluzione.

·        “Eccellenza, faccia come me, preghi!”: riivolto al vescovo Locatelli che le confidava la difficoltà nel prendere sonno. La risposta piccata del presule lasciò basita la Maria, convinta di avere dispensato un consiglio adeguato.

·        “Falsa come la Linda Bernardi: dicesi di persona avvezza a travisare volutamente la realtà.

·        “Finisce come quel caro bambinello”: dicesi di narrazione priva di conclusione efficace e convincente, sinonimo di “come quel valzer”. Originaria dal più famoso sermone natalizio diffuso in famiglia dalla zia Benedetta: “Quel bambin che voi vedete, coricato sulla paglia, senza pane e senza maglia, senza un poco di calor… se potessi io vederlo gli darei il mio mantello, ma quel caro bambinello… Così sia”. La zia introduceva l’Amen italiano, allo stesso modo dello smemorato bambino che, a suo tempo, decise di concludere così il proprio sermone, ingannato dalla propria memoria, ma proprio per questo incuneandosi ad imperituro ricordo fra i posteri.

·        “Gli manca un venerdì”: non è a piombo.

·        “Il non plus ultra dell'eleganza”: attributo di capi o accessori d'abbigliamento acquistati a prezzi modici. L’espressione viene utilizzata per tacitare i dubbi espressi dal soggetto costretto a indossarli (Esempio: “Grazia, stai zitta, è il non plus ultra dell’eleganza!”)

·        “La rosa e l'argomento”: tormentone, frase o situazione che ricorre e si ripresenta di continuo (pare originata dall’omelia di un prete disgraziatamente alticcio).

·        “Lo sbarco in Lombardia”. No comment.

·        “Maria, ti voglio bene!”: la più famosa frase del marito Aulo. Equivale a dire, basta così, smettila. La usano tutti, La Maria coi figli, gli stessi figli con la madre, ma anche con le rispettive mogli. Fino alle nuore coi mariti. Insomma in casa Donati nessuno dice basta, ma è un coro di “Maria, ti voglio bene”.

·        “Morissi qui!”: sostituisce “lo giuro”. La Maria ne pronuncia uno all’ora. In un anno 365 per 24 (anche nel sonno). Calcolando che avrà iniziato a 6 anni, senza tralasciare i bisestili… Non ci credete? Morissi qui!

·        “Me am cièm ciesa”: (traduzione: io mi chiamo chiesa) io non c’entro niente, mi chiamo fuori, sono muto come un pesce.

·        “Non c'e nemmeno quello che ha perso la berretta”: situazione di desolazione e assenza di qualsiasi tipo di presenza umana.

·        “Occhi alla Pilson”: occhi ad arco discendete ai lati, come a formare due parentesi.

·        “Pulire in francese”: provvedere alle faccende domestiche in modo approssimativo.

·        Quando decide, è uno scritto”: è una persona irremovibile e non torna sulle sue decisioni.

·        "Quando é pulito é come un dito!": versione casareccia di "omnia munda mundis". Si basa su ricordi d'infanzia, di quando l'attuale cucina della casa di via Tripoli, in realtà era un bagno tutto piastrellato a mosaico con brillanti tessere turchese. In posizione centrale si apriva pericolosamente la voragine della "vasca", probabilmente concepita in epoca tardo medioevale come trabocchetto e poi adattata ad alloggio per pesci rossi. In casa Donati ci si faceva il bagno il sabato sera. La Maria, perennemente incinta, si prodigava ad immergere la prole e di asciugarla velocemente. Poiché l'uso degli asciugamani subiva un'alta rotazione, poteva capitare che lo stesso adoperato da uno per una parte del corpo finisse ad essere utilizzato da un altro per una zona meno nobile e viceversa. La conseguente lamentela di colui che doveva subire il viceversa: “Come, la mia faccia dopo il suo bilino?”, trovava l'immancabile risposta di cui sopra.

·        “Quei due sono come Fede e Berlusconi”: al posto di “culo e camicia”.

·        “Quel socché”: al posto di “quel non so ché” o di “quella cosa”.

·        “Quella roba corta!”: quando un bambino è bello e cicciottello arriva l’urlo di gioia e l’immancabile frase: “quella roba corta!”.

·        “Quelle puttane”: frase ingiuriosa con cui la Maria si riferisce alle zanzare tigre, dette sinteticamente "le tigri".

·        “Quirino si mette in movimento”: frase riferita a situazioni erotizzanti che possono provocare la sovreccitazione di soggetti maschili particolarmente suggestionabili. Trae origine dalle confidenze di un’affezionata collaboratrice familiare della Maria, ignara di condividere le esternazioni sulle pulsioni del marito con tutta la famiglia Donati.

·        “diciamo il Rosario?”: il rosario serale della Maria è occasione unica per fare il punto degli impegni della giornata. “Ave Maria, gratia plena, hai nascosto la macchina?, dominus tecum, benedicta tu in mulieribus, hai ritirato la posta?, et benedictus fructus ventris tui Jesus. Hai chiuso il cancellone?” e via dicendo fino all’Amen.

·        Sembra Vignaroz”: riferito a ristoranti nei quali le portate si susseguono a ritmo incalzante, adottato anche nei ritrovi di famiglia e, in genere, nelle situazioni in cui si é costretti a svolgere un’attività in modo immotivatamente affrettato. Ha origine dal viaggio di nozze della Maria, quando arrivata col suo Aulo, in grave ritardo, al ristorante di Vignaroz, fu servita con celerità incalzante allo stesso modo delle comiche della tv.

·        “Sembri caccia agli errori”: frase rivolta ad un familiare nel cui abbigliamento si riscontrino incongruenze asimmetriche.

·        “Sembri pillincino e ciriacheto”: rivolto ad un famigliare che indossa abiti di taglia vistosamente inferiore alla propria.

·        Sembri quello che ha dato uno schiaffo al Signore”: frase riferita a un individuo con espressione sconvolta e abbruttita, preferibilmente spettinato o col berretto sulle 23.

·        “Sono empio”: sono pieno. Non pensate che sia ignoranza, lei ci gioca con l’italiano, si diverte ad aggredirlo, è una malattia contagiosa…

·        “Smetti di fare quella zingola zangola!”: invito perentorio rivolto a coloro che dondolano avanti e indietro con la sedia rischiando di cadere. Variante: “Ti sei fatto male? Mi dispiace, ma l’avevo detto che saresti caduto a forza di fare quella zingola zangola!”.

·        “Ti ammazzo prima”: minaccia rivolta ad un figlio macchiatosi di una mancanza, anche lieve. “Se ti vedo ancora litigare con tuo fratello ti ammazzo prima” (probabilmente ‘prima’ di arrivare all’età adulta).

·        “Ti mando al collegio Belluzzi di S.Marino”: minaccia rivolta ad un figlio macchiatosi di una mancanza grave, se non gravissima. “Se ti vedo ancora accendere un fuoco nello studio con le scatole del detersivo, ti mando al collegio Belluzzi di San Marino”. Rispetto alla minaccia precedente assume toni più realistici quindi decisamente più inquietanti. Ogni figlio della Maria non ha mai voluto approfondire l’argomento, anche se, in età adulta, è emerso il dubbio che l’esistenza di questo temuto luogo di pena possa essere stato un parto della fantasia della madre. In realtà all’atto della pubblicazione di queste note, sono giunte al redattore diverse segnalazioni comprovanti che tale istituzione educativa era in realtà una delle più prestigiose dell’antica Repubblica ed era ospitata a Palazzo Begni (immagine a fianco), oggi sede della Segreteria di Stato.

·        "Un per chèsa, la geva  la Canucina": non è dato sapere chi fosse tale Canucina (Canocchietta, ndt), donna evidentemente dotata di una buona dose di saggezza, che si augurava che in ciascun nucleo famigliare non vi fosse più di un soggetto problematico.

 

Personaggi e Fornitori

·        Il maestro Tarana: come la Maria chiamava il suo vicino di casa, il quale garbatamente, quanto inutilmente, le ricordava: “Maria, ci chiamiamo Tarani!”. 

·        Il mio moroso: tale Lionello, uno dei commessi di un negozio di macelleria. Pare che questo gentile signore sia incline a mostrare una pazienza da certosino alle innumerevoli e più disparate richieste della suddetta. Tipicamente: “Michele, vai dal mio moroso e prendimi un chilo di fettine. Mi raccomando fatti servire proprio da lui che gli altri sono dei labaziri

·        la Befanina: soprannome assegnato alla proprietaria della bottega di alimentari sotto casa a seguito della sua scarsa avvenenza. Nomignolo noto a tutti tranne che all'interessata fino al giorno in cui Gabriele (Pussi), all’imperioso invito: “Vai dalla Befanina a prendere due etti di salame”, in un attimo di incertezza pensò bene di assicurarsi dell’identità della suddetta, chiedendole espressamente: “È lei la signora Befanina?”.

·        La Maria di Manzi: collaboratrice familiare dei vicini di casa ribattezzata anche per distinguerla da sé stessa.

·        La ragazza dal sorriso sinistro: amica dei figli. Questo appellativo è esemplare per capire tutto il dizionario della Maria: per dirla alla Mike Bongiorno, è la prima impressione quella che conta. Questa ragazza, capitata in casa un giorno nel quale, forse, aveva poca voglia di ridere si è trovata intrappolata per sempre in questo scafandro di piombo. Non c’è appello!

·        la signora Gatto: soprannome assegnato a una venditrice di formaggi del mercato coperto dotata di due grandi occhi verdi incastonati in un faccione roseo, paffuto e un tantino baffuto. Nomignolo noto a tutti tranne che all'interessata fino al giorno in cui Gabriele (Pussi), all’imperioso invito: “Vai dalla signora Gatto a prendere lo squaquerone”, in un attimo di incertezza pensò bene di assicurarsi dell’identità della suddetta, chiedendole espressamente: “È lei la signora Gatto?”.

·        il Maiale: contrazione dell'espressione "il negozio in cui si vende la carne di maiale". Per motivi assolutamente legati alla Divina Provvidenza, nessun figlio della Maria si è mai posto il problema di assicurarsi l’identità con scomode domande.

·        La signora Piparoncini. Una vicina di casa, insegnando alla Maria una ricetta per conservare i peperoncini, si concesse l’utilizzo improprio, quanto improvvido, di una distorsione dialettale. È stata fatta.

·        La signorina del cagnolino. Definizione utilizzata per una vicina di casa, che non brillava per la sua avvenenza, abituata a passeggiare in perenne compagnia del piccolo cagnolino. Fra i figli della Maria era solito attribuirsi vicendevolmente una tresca amorosa con la suddetta; nelle confidenze tutte maschili, al buio delle camere da letto, uno dei quiz preferiti era: “preferisci la signorina del cagnolino o il cagnolino della signorina?”. Ai posteri l’ardua sentenza.

·        La zoccola: (a onor del vero definizione importata, ma volentieri adottata) riservata ad una signora che si sospettava più attaccata ai soldi che al cuore del proprio amante.

·        Mezzabotta: indicatore generico di bassa qualità. Pare che fosse il soprannome di un fotografo, poco considerato sul lavoro e, visto il nomignolo, anche in altri campi. Usato poi anche per definire le prime cabine fotografiche uscite negli anni ’70 che emettevano fotografie in poco tempo, ma con scarsa qualità. “Palìn, vai a farti una foto da Mezzabotta, che serve per la scuola”. Nel tempo il termine è entrato nel gergo per indicare un fornitore di prodotti di  basso costo e di qualità analoga (“non costa niente, l’ho preso da Mezzabotta”), il cui acquisto e conseguente imposizione all’uso, a fronte delle proteste del malcapitato cui era destinato, produceva come inevitabile conseguenza il pronunciamento della frase di cui sopra: “X, stai zitto/a, è il non plus ultra dell’eleganza”.

·        Nemo e la Dina: non hanno avuto bisogno di soprannomi.

·        Perché vostro marito è andato in Egitto?: ebbene sì, tutta una frase per descrivere il piccolo vicino di casa, che rivolgendosi educatamente col “voi”, le girava dolcemente il coltello nella piaga sottolineandole la sua condizione di donna poco amante dei viaggi, sposata con un uomo che, invece, li adorava. Per vendetta il vicino è stato ribattezzato.

 

Frasi adottate

·        "Il Signore con una mano abbatte e con l'altra sospinge": frase attribuita a un'amica di famiglia che indica uno sguardo positivo sul reale, tipico delle persone di fede. La versione corretta dovrebbe essere “con l’altra solleva” in quanto la spinta, in teoria, potrebbe abbattere per una seconda volta, ma qui si deve riportare secondo rigorosa trascrizione.

·        "La spuda s'un sass viv": attribuita alla mamma Titti. Persona dai modi esageratamente affettati che ostenta raffinatezza (dotata normalmente di bocca a culo di gallina).

·        Al polsi aglià la tòsa e i bdocc’ e frisò”: (le pulci hanno la tosse e i pidocchi il raffreddore). Attribuita alla mamma Titti. Alla domanda: “Maria a chi si rivolge?”, ecco la risposta: “persona schizzinosa e antipatichizza che si dà le arie”.

·        “Allora aspetto!”: Indica un inequivocabile atteggiamento di autolesionismo. Ha origine da una leggenda metropolitana inventata da Davide il giorno (unico pare) in cui la Grazia venne incaricata di andare comprare le paste (gesto mai estirpato della tradizione domenicale riminese). Ore 12. “Grazia vai a comperare un gabaré di paste”. Ore 13. Arrivo della Grazia trafelata, carico del gabaré in frigo ed inizio pranzo (stile Vignaroz). Ore 14. “Grazia vai a prendere il gabaré nel frigo”. Ore 14:01. “Che schifo! Ma dove sei andata? Non avevo mai mangiato paste più rivoltanti”. Ore 14:05. Davide prende la parola. <<Secondo me è andata così: la Grazia è andata in pasticceria e ha chiesto di darle le paste più schifose che avevano. Ne ha sentita una e ha detto, ne avete di peggiori? Alla risposta: sì ma sono pronte fra mezz’ora, la sventurata rispose: “allora aspetto!”>>

·        “Avanti, avanti non vorremo litigare qui sul palco!”: usata per lo stesso scopo di cui sopra, ma quando il discorso prende una piega pericolosa. È l’unica frase pronunciata nella sua carriera di attrice dalla sorella Lalla, dopo 6 mesi di lunghe prove alla filodrammatica parrocchiale.

·        “Basta, basta vedremo, caso mai terremo d'occhio”: usata normalmente per invitare qualcuno a non insistere. Tratta da una delle tante interpretazioni dello zio (Eu)genio.

·        “È spenta”: anche la parentela del marito ha visto una memorabile partecipazione teatrale da parte del cognato Agostino, il quale interpretò nella Bohème il medico che visitava Mimì malata di tisi per constatarne il prematuro decesso. Purtroppo una chiusura altrettanto prematura, quanto malandrina, del sipario, permise all’uditorio di cogliere solo la parte iniziale della già esigua battuta, senza però intaccare affatto l’orgoglio dei parenti, accorsi in massa ad ammirare l’evento operistico.

·         “Benedetta se non ti cavi dai coglioni ti tiro un scataraccio che ti muro un occhio”: invito poco elegante rivolto alla zia Benedetta che cercava di instillare un poco di educazione cristiana nel vicino di casa. La frase è stata tradotto dal vernacolo con questa dicitura: “Eugenia (vero nome della zia della Maria, ndt), se non ti allontani dagli organi preposti alla riproduzione, mi procuro di farti pervenire un miscuglio di muco e saliva, tale da erigere una costruzione muraria in grado di impedirti inopinatamente la vista”.

·        “Binda sta piú bnein”: equivale a dire, non me ne frega niente. Un vicino di casa della sua infanzia si recava nella casa avita a raccontare notizie di sport che solo lui riteneva vitali, al contrario della Maria, di sua sorella e di sua madre che invece erano assai poco interessate alle sorti del corridore Binda reduce, evidentemente, da un infortunio. La frase viene usata tuttora anche dai figli della Maria, ma tradotta in italiano: “Lo sai che il corridore Alfredo Binda, dopo il grave infortunio patito, ha migliorato notevolmente la sua condizione atletica?”.

·        “Burdeli, sa stasì senza fé gnìnt, fasì pò du pugnetti”: tradotto dal vernacolo: “Ragazze se momentaneamente non avete un compito da svolgere, prendete in mano il vostro uncinetto e realizzate in quattro e quattr’otto due presine da utilizzare per sollevare le pentole dal fuoco”. L’invito, nato come istigazione a non poltrire da parte delle suorine verso le proprie allieve orfanelle, fra cui la zia Benedetta, per estensione è stato poi utilizzato dalla Maria per rimuovere tutte le situazioni di stallo rilevate nell’attività della propria prole.

·        “Ci buttassimo dal camion?”: usata come frase di esortazione a prendere l’iniziativa, come per dare l’abbrivio ad un lavoro faticoso. Citazione da un operaio, dipendente del babbo della Maria: “i tedeschi stavano portandoci via, ma è suonato l’allarme, l’autista si è fermato e noi ci buttassimo dal camion”.

·        “Dottore, se andiamo in guerra vincono gli Stati Uniti o la Russia?”: veniva rivolta, sempre da Pietro, al suo medico, dottor Aulo Donati, considerato da Pietro persona autorevole e capace di districarsi negli intrighi della guerra fredda. La richiesta è persistita anche dopo la caduta del muro di Berlino.

·        “E su bà l’è mort d’un azident séc”: riferito ad uno che mangia con voracità. Ha origine dalla storiella che narra di due amici, riuniti a tavola, dopo molti anni, a mangiare in un unico piatto centrale. Mentre il primo descriveva con dovizia di particolari la lunga malattia ed agonia del padre, l’altro mangiava senza profferir verbo; alla domanda: “E tuo padre com’è morto?”, astenendosi un unico istante dal mangiare, rispose: “E mi ba? L’è mort d’un azident sec!”, rituffandosi immediatamente sul piatto.

·        “Gossa che n’gossa”: espressione tipica del vicino di casa, occasionalmente arruolato in qualità di giardiniere, durante i suoi dialoghi con la Maria. Di solito veniva profferita tenendo bene appoggiate entrambe le mani sulla sommità del manico della vanga ritto davanti a sé, alla moda dei contadini in pausa. L’origine è di difficile, se non impossibile identificazione, occorre affidarsi all’intuito della Maria la quale asserisce senza ombra di dubbio che la frase veniva pronunciata al posto di : “insomma, così è la vita” e subito dopo si chiudeva il discorso. Per estensione il personaggio stesso, ha assunto il soprannome dalla sua stessa espressione.

·        “Il buso più piccolo é quello che drovo per imbusare”: indica un capo d’abbigliamento ridotto molto, ma molto male. Commento di un compagno d’infanzia della Maria su un paio di calze impossibili da riparare.

·        L'ha du occ come Bega in te mezz d' e gren": riferito a soggetti con gli occhi sbarrati a mo’ di gufo o civetta. È un’espressione tradizionale romagnola imparata dal cognato Lino; pare che tal signor Biga avesse l’abitudine di bivaccare nei campi di grano allo scopo di sottrarre il prezioso frutto della spiga al raccolto del legittimo proprietario, ma per evitare di essere scoperto si procurava di starsene molto attento a ciò che gli accadeva attorno sgranando gli occhi all’inverosimile.

·        L’ha voja ad franceschi”: nel riminese si usa per descrivere uno che “ci sta provando”, ma da quando è avvenuto un certo episodio, per la Maria, ha un po’ cambiato di significato. Le cose sono andate pressappoco così: una signora anziana dalla scarsissima avvenenza si trovava al cimitero a sistemare i fiori presso la tomba di una persona cara, quando fu avvicinata da un coetaneo che le chiese un fiammifero per accendere un lumino. La “malcapitata” lo trattò con molta freddezza e più tardi si confidò con la Maria: “te capì na? L’aveva voja ad franceschi!”. Ora, ogni volta che si parla di una “lei” che attribuisce a un “lui” intenzioni che è ben lungi dall’avere, scatta l’inesorabile commento.

·        “Maestro, è più forte il leone o la tigre?”: utilizzata per rimarcare l’avvenuto utilizzo nel discorso di domande inutili. L’origine, per gentile concessione della famiglia Tarani, è tratta da una dei tanti quesiti che Pietro rivolgeva al suo amico paterno Aldo Tarani, maestro per mestiere e per vocazione.

·        “Ma voi Donati, quanti siete?”: utilizzata quando è evidente che in un luogo si è radunata troppa gente. Espressione coniata da Enzo Spina il quale, cercando di effettuare un inventario dei figli della Maria, concludeva in questo modo il suo vano tentativo.

·        Me zét, lo zét”: (io zitto, lui zitto) quando nel discorso non si tocca un argomento tabù. Trae origine da una barzelletta raccontata da Pussi, un po’ spinta e quindi non pubblicabile

·        “Non sarà tutta mia la colpa!”: utilizzata quando a richiesta di intervenire, nessuno si prende le sue responsabilità. Trae origine da un episodio realmente accaduto durante un matrimonio svolto alla chiesa dell’Alba a Riccione. Premesso che la sposa si presentava visibilmente in stato interessante, il compianto parroco don Alberto, si accorse che ogni volta che chiamava un’esortazione la chiesa rimaneva muta. “Il Signore sia con voi…”, nessuno rispondeva, “E con il tuo spirito”, concludeva sconsolato il celebrante”. Finché giunti al confiteor, arrivò ancora tutto solo al “mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”… uno sguardo birichino gli cadde sulla protuberanza della sposa, interruppe un attimo la prece, alzò gli occhi verso i fedeli e pronunciò la famosa frase: “Non sarà tutta mia la colpa!”.

·        Pataca!”: appellativo rivolto da Aulo, all’indirizzo di uno dei figli a scelta, con il chiaro intento di mostrargli tutta la propria disapprovazione per il gesto appena compiuto.

·        “Per Pussi, non mangiare questi panini”: usata da tempo immemore per indicare l’ambiguità dell’italica favella. Trattasi di una frase vergata da Michele, con pennarello indelebile su un foglio A4 e unita con spillatrice ad un sacchetto pieno di deliziosi panini, riposto nel frigorifero di casa, con l’evidente intenzione di proteggere il proprio pranzo della gita del giorno dopo. A mezzanotte in punto, di ritorno a casa, il lupo affamato (Gabriele alias Pussi) apre il frigo, legge la scritta, riconosce la calligrafia e pensa: “Che carino Michele, ha lasciato questi bei panini proprio per me, chissà come ha fatto ad immaginare che avrei avuto tanta fame!”. Per l’iper razionalista Michele, la mattina dopo, il doppio scorno di restare a digiuno e di dover dar ragione al fratello! Alla gita successiva pare che la frase si sia chiarita: “Caro Pussi, questi panini sono per me e non per te, se li tocchi t’ammazzo!”, poco elegante ma senza equivoci.

·        “Quel signore che voleva le carote, le ho portate”: parla in italiano per piacere. Entrata nel discorrere abituale dopo che la Daniela e Daniele, al Camping Tiber delle Balze, furono svegliati al mattino dall’altoparlante di un verduraio che dopo aver annunciato l’elenco della sua mercanzia, dopo una breve pausa, concluse con questo annuncio ad personam.

·        "Ronchi, ta n'è una chesa?": utlizzato quando un ospite si attarda senza far intendere la minima intenzione di riaccasarsi. Ha origine da un frizzo entrato nella storia dove una mamma romagnola (Giancarlo Pirroni), stufa di avere sempre fra i piedi l'amico (Walterino Ronchi) del figlio, per fargli capire che doveva togliersi dai piedi, contava di cavarsela ricordandogli la sua appartenenza ad altro nucleo familiare.

·        “Scema stupida, stupida scema”: (profferito in modo andante e ritmico) è l’inizio del discorso con il quale la sorella Lalla si rivolge alla Maria ogniqualvolta accada che non si trovi d’accordo con le scelte quotidiane operate dalla stessa. Va detto che tale ritornello non intacca minimamente l’indole scanzonata della Maria che lo considera al pari di un saluto amichevole.

·        “Sparecchiamo”: utilizzato ogni volta che un gesto di basso profilo produce, con effetto domino, un esito clamoroso, al pari di una parola gettata nel mezzo del discorso che fa risorgere fantasmi del passato. Ha origine da un movimento maldestro di Michele, che giunto a fine pasto pensò bene di alzare il piatto di portata verso l’alto allo scopo di portarlo in cucina, accompagnato dallo “sparecchiamo” rivolto agli altri commensali. La troppa energia immessa nel movimento procurò l’urto del lampadario e conseguente rottura di alcuni componenti dello stesso, conditi da un “Pataca!” liberatorio finale.

·        “Suora, saranno molte?”: hai visto che bel regalo? I fatti sono andati pressappoco così. Il signor Franco, come ogni anno si apprestava a fare un’offerta alla scuola di religiose del figlio; per far pesare al medesimo il proprio impegno nel garantirgli una buona educazione gli mostrò le banconote pronte ad essere versate come obolo. Il piccolo scolaro, assai svelto di mente, ma anche di lingua, appena assistito alla transazione si premurò di sottolineare alla propria insegnante l’entità della cifra.

·        “Vaffanculo Momo”: usata verso chi cerca di intromettersi nella propria sfera privata. La frase pronunciata ad alta voce in una chiesa piena di gente, risale al tempo in cui i fedeli erano avvezzi ad improvvisare dal proprio posto la preghiera durante la santa messa. Quando Enzo Spina, non riuscendo a terminare la propria supplica, venne spronato e incalzato dal suo vicino, futuro avvocato, Massimo Pasquinelli, sbottò con un proditorio: “Vaffanculo Momo”. Il tono ingiurioso venne riconosciuto solo dai fedeli più prossimi, tant’è che l’assemblea, non fece mancare la sua risposta puntuale: “Ascoltaci, o Signore”.